Alla carriera letteraria di Raymond Queneau – nato nel 1903 e morto nel 1976; redattore della casa editrice Gallimard; affiliato del movimento surrealista dal 1924 al 1929; nel 1944 membro del direttivo del Comitato Nazionale degli Scrittori (CNE), sorto nell’ambito della Resistenza antifascista francese; fondatore insieme al matematico François Le Lionnais del gruppo OULIPO (Ouvroi de Littérature potentielle) nel 1960 – e alla sua opera Esercizi di stile – pubblicata in volume da Gallimard nel 1947 e, con delle modifiche, nel 1969 –, sono già stati dedicati molti saggi e articoli. Nella stampa del 2008 di Esercizi di stile per la collana “Super ET” di Einaudi, si trovano l’introduzione di Umberto Eco, il traduttore del testo, e lo scritto Come si diventa scrittoranti. Effetti e transizioni negli Esercizi di stile di Stefano Bartezzaghi, il curatore del libro, i quali illustrano dettagliatamente la sua storia editoriale e analizzano la sua struttura, da un lato, e una bibliografia completa delle altre opere di Queneau e dei lavori inerenti al volume in questione, dall’altro. Perciò, a coloro che hanno già letto la composizione dell’autore francese, suggerisco di consultare gli apparati esplicativi della pubblicazione einaudiana per un approfondimento; invece, a quelli che non l’hanno ancora sfogliata, chiedo di prestare attenzione alle mie parole.
Solitamente e prematuramente, i novantanove capitoli degli Esercizi di stile sono così ripartiti: il primo, Notazioni, è considerato come il testo base, mentre i novantotto rimanenti come alcune delle possibili variazioni stilistiche del testo base. Tuttavia, la divisione fra un livello neutro della scrittura e quello creativo-letterario, che amplia le prospettive del primo, non si addice all’opera di Queneau.
Bartezzaghi ha infatti segnalato che, in una nota agli Esercizi di stile inserita nella ristampa del 1963, Queneau aveva etichettato l’episodio, descritto nelle Notazioni – si tratta di un’anonima voce narrante che, prima, nota un ventiseienne litigare con un’altra persona sull’autobus e, poi, lo rivede parlare con un amico presso la stazione ferroviaria di Saint-Lazare – e ripetuto in diverse forme negli altri capitoli, come un evento banale. Bartezzaghi ha affermato che lo scrittore aveva colto il senso paradossale dell’aggettivo ‘banale’. In effetti, ‘banale’ qualifica una cosa molto diffusa, comune, quindi priva di specificità, ed è opposto a ‘distinto’, il quale indica tutto ciò che, differenziandosi, colpisce l’attenzione. Però, tale definizione di ‘banale’ in contrapposizione a ‘distinto’ è paradossale, perché in questo modo ‘banale’ – che si riferisce a ciò che non è originale – si distingue, ossia acquisisce delle particolarità che la caratterizzano e la separano da altri concetti. In altri termini, ciò che in una scala di valori è ritenuto ‘banale’ rispetto a qualcos’altro che è stimato ‘distinto’, si rivela anch’esso dotato di segni distintivi e degno di essere riconosciuto. Lo stesso accade alle Notazioni. Infatti, il titolo – in francese notations, che in italiano si traduce ‘appunti’ – e l’impostazione nominale ed elencatoria rimandano sicuramente alle pagine preparatorie dei novantotto capitoli seguenti; ma, se paragonate alle altre parti da un altro punto di vista, l’incompletezza e l’informalità delle Notazioni si trasformano in un modo specifico di narrare un viaggio in autobus e, dunque, in uno dei novantanove Esercizi di stile. Così, non esiste più la gerarchia tra l’ovvietà del linguaggio quotidiano e l’ingegnosità di quello letterario, perché la prima diviene una delle funzioni della seconda.
In conclusione, ipotizzo che, con la sottolineatura dell’aspetto notevole della banalità, Queneau volesse smentire la logica dell’originalità, in base alla quale le opere letterarie devono necessariamente distinguersi da quelle dell’epoca precedente e successiva, e, con il livellamento fra gli strumenti del linguaggio comune e gli accorgimenti della lingua letteraria, criticare la visione restrittiva della letteratura, secondo cui la sfera letteraria deve essere scissa dalle altre sfere del sapere. Gli Esercizi di stile non sono un’operazione fine a se stessa, ma un’esplicitazione delle potenzialità della lingua che si interroga sui limiti e sulla natura della letteratura.
Come Lukeskywalker cerca di sollevare l’astronave dalla palude di un pianeta sconosciuto, Bookskywalker cerca di sollevare la letteratura dalla vischiosa melma che è la vita, in un pianeta sconosciuto che è il nostro. In questa rubrica per DUDE si occuperà di racconti (sconosciuti, famosi o famosissimi) e li proporrà come fascinosa alternativa alle nottate alcoliche e alle droghe sintetiche.
Spesso penso che un giorno, al 100%, senza possibilità di soluzioni alternative, sarò morto. A quanto ho potuto notare è inquietudine diffusa, ma la cosa letteralmente impensabile sarà il giorno in cui ci sarò, esisterò, emanerò energia nervosa, e un attimo dopo sarò nulla, o meglio, non sarò, cioè non potrò neanche pensare di non essere perché non esisterà pensiero o individualità, ci sarà solo materia spenta legata al resto dell’universo, senza occhi né attenzioni, solo atomi tiepidi. Pensatevi ora, coscienti, termicamente funzionanti, sensibili in miliardi di punti, capaci di pensieri pluridimensionali intraducibili con il linguaggio, capaci di distinguere quello che vi circonda, due punti di muro quasi coincidenti, due ricordi differenti di verde, il presente che diventa passato, e un altro presente che diventa passato – ecco – spegnete questa macchina, non ci sarà più nulla, per sempre. Questo in linea di massima è il salto tra vita e morte, che fa chiaramente parte di quei pensieri intraducibili, o meglio di quei pensieri impensabili. Quindi, finchè non si è capito per bene di che si tratti, cercate di non morire, a meno che non sia strettamente necessario.
Il tema della morte, già dibattuto in diverse sedi, viene miniaturizzato in questo libretto, che, con le tonalità dell’albero azzurro, dice la sua sull’argomento, rendendolo un po’ meno acerbo. D’altronde, ogni atto creativo, anche disegnare asterischi sulla condensa dei finestrini, non è altro che un impulso inconscio a prolungare noi stessi nella vita eterna.
Frammenti andini. Gli insegnanti di Cuzco reinventano un’identità nazionale, il primo lavoro di Carlos Miguel Salazar – docente di lingua e letterature ispanoamericane presso il dipartimento di Studi europei, americani e interculturali della Facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” di Roma –, è stato pubblicato dalla casa editrice CISU nel 2010. Invece di presentare la recensione del volume, il team di Bookskywalker ha deciso di riportare l’intervista rilasciata dall’autore a S. e a Pia Koller, nella quale sono stati considerati i punti salienti del testo.
Illustri brevemente gli argomenti trattati in Frammenti andini.
Il mio libro – un saggio antropologico sulla scuola della città di Cuzco–descrive il Perù come un’invenzione del secolo XVI che, oltre a essere fondata sulla distruzione della società Inca, mostra i tratti moderni dello sviluppo, dopo il lungo periodo coloniale e repubblicano. Per alcuni il Perù è ancora un paese povero e traumatizzato dall’invasione europea, in cui quel potere ha lasciato un’ impronta sulla vita economico-produttiva, culturale e religiosa. Il mio testo, invece, analizza le componenti dell’identità moderna e il ruolo essenziale che svolge la scuola nella sua ridefinizione continua, di fronte alle sfide del sistema economico e al potere di una globalizzazione che non lascia beneficio per i poveri né per le alterità culturali.
Quali aspetti dell’istruzione ha studiato?
Non ho inteso il fenomeno educativo come un mero processo di trasmissione di conoscenze e valori. Mi sono occupato delle tematiche didattiche coinvolte nella costruzione dell’immaginario nazionale del Perù. Ho individuato quindi alcuni temi ricorrenti – ad esempio, il centralismo di Lima, il culto delle tradizioni Inca, la discriminazione etnica, l’esaltazione del meticciato, il disprezzo delle lingue native, l’invisibilità dell’indio e l’oblio della guerra interna –, che i docenti cristallizzano nei discorsi sorti dai programmi didattici dei due insegnamenti di Storia e Letteratura peruviana.
Chiarisca il ruolo degli insegnamenti di Storia e Letteratura nell’elaborazione dell’immaginario nazionale peruviano.
La responsabilità della formazione identitaria, cioè della costruzione del senso di appartenenza regionale e nazionale al di là della componente civile, ricade proprio su queste due discipline. Penso che la letteratura sia la maggiore fonte di trasmissione di cultura, perché abbraccia tutti gli ambiti del sapere; la storia, invece, offre un resoconto cronologico costituito da personaggi, fatti e simboli, per divulgare il discorso testimoniale della nazione e, quindi, un senso di collettività o vincolo profondo. Questa appartenenza diventa fondativa di un’identità in rapporto al territorio peruviano definito “nostro”, in cui si promuove la nostalgia del passato precolombiano e l’idealizzazione di certi eventi. Inoltre, entrambe le discipline scelgono di mostrare un Perù creolo e apparentemente unito, senza badare alle culture e lingue altre come il quechua e l’aymara, per suggerire l’immagine di un Paese migliore che avrebbe già superato le differenze regionali e le esclusioni etniche. In sostanza, non si dà importanza a queste varietà culturali, soprattutto indigene, mentre le radici spagnole sono ufficialmente armonizzate a quelle preispaniche. Il Perù vuole essere necessariamente creolo e dimenticare le differenze.
Introduca concisamente il pensiero dello scrittore J. M. Arguedas.
Arguedas elevò al livello di scenario letterario la regione della Sierra, in particolare Cuzco e la regione dei «fiumi profondi», in cui troviamo le comunità contadine dell’Apurímac e di Ayacucho. Egli narrò la vita degli indios, rivalutandone e poetizzandone l’idioma. Profetizzò “l’andinizzazione” del Paese e sostenne il bisogno di integrazione degli indios nell’universo culturale peruviano. Nella prima fase della sua carriera letteraria, Arguedas fu indigenista, ma successivamente assunse un punto di vista “nazionale”, ossia si interessò ad altre questioni della modernità peruviana, come la forte migrazione interna. La mia ricerca dimostra come il suo pensiero sull’«altro» sia tuttora attuale, perché aveva rotto con schemi riduttivi sul «prossimo» e riflettuto sullo scontro al di là degli «odi e rancori» dei ridotti contesti locali e regionali.
Vorrebbe comunicare una riflessione in particolare ai lettori del blog?
L’indigenismo letterario ha illustrato che le varie culture che animano il Perù non sono solo parte del passato. Contemporaneamente, la scuola è rivolta al culto degli eroi di una patria troppo militare. Perciò, il Perù ha nelle due grandi radici – amerindiana e ispanica – gli elementi che sono parti indiscutibili del presente e del futuro. Tuttavia, molti professori mi hanno parlato di un Perù tuttora lacerato dalla Conquista e dall’invasione e annientamento degli Incas: un’eredità non ancora rielaborata a sufficienza in senso psichico e sociale. Molte distanze culturali hanno quell’origine etnocentrica e monolingue che, appunto, comporta discriminazione e una memoria ufficiale in contrasto ad altre sconfitte e ferite.
Per quale ragione chi segue Bookskywalker dovrebbe leggere il suo libro?
Innanzitutto, non è un libro pensato per gli specialisti, ma per chi dall’Italia si interessa di educazione come processo d’integrazione e di cooperazione. Poi, penso che le conclusioni di Frammenti andini sull’«universo» delle Ande possano aiutarci a chiarire il ruolo dell’istruzione nei paesi caratterizzati dalla povertà e dalle disuguaglianze, come quelli africani. Il mio augurio invece è quello di perorare la promozione di una coscienza che riconosca le radici e i conflitti rielaborati senza «inferiorizzarli», secondo l’esortazione arguediana di costituire un «paese di tutte le stirpi».
Salmiakki: la liquirizia salata Finlandese, ovvero un estratto della radice di Glycyrrhiza glabra, zucchero, amido, o farina (o gomma arabica, o gelatina) cera d’api per renderla lucida, e in questo preciso caso: cloruro d’ammonio, cioè praticamente sale. Insomma mi appresto a pagare questo cibo estremo ed esotico in quel paese disabitato che è la Finlandia, quando noto l’illustrazione che hanno laggiù sulle monete da 1€: due cigni selvatici che volano su laghi e boschi. Stupendi. Subito mi viene in mente Il Viaggio meraviglioso di Nils Holgersson della svedese Selma Lagerlöf, in cui il pestifero bimbo Nils dopo aver maltrattato uno gnomo viene rimpicciolito e compie un viaggio in groppa ad un’oca selvatica, imparando la geografia della Svezia, i suoi costumi e i suoi problemi sociali (immagine che gli svedesi hanno messo sulla loro banconota da 20 Corone, come potete vedere in cima al post). D’un tratto le illustrazioni dietro agli euro (o davanti, dipende dal caso) diventano di primissima importanza nella mia lista di cose interessanti da sapere. Scopro anche che alcuni paesi noiosissimi non si sprecano a trovare un’immagine diversa per ogni moneta, ma replicano la stessa per ogni gruppo di monete; tipo i rossi piccoli un’immagine, i gialli medi un’immagine, gli euro e 2 euro un’immagine, insomma paesi noiosi senza un briciolo di voglia di fare le cose per bene (ovviamente tra questi c’è la Francia, troppo occupata a chiamare il computer ordinateur, per pensare ai disegni sugli euro). Dopo aver passato in rassegna il panorama europeo, riscopro anche con orgoglio che l’Italia va veramente alla grande con i disegni sugli euro. Roba che si va tranquillamente in Olanda a fare i coatti co sto popò di monete che ci ritroviamo. In Olanda dove hanno su tutte le monete, e dico tutte, la regina Beatrice. Roba che se cerci gli spicci per il parcheggio rischi il colpo di sonno. Olandesi noiosi.
Ma non era questo il punto, naturalmente. Mi sono domandato quanti paesi hanno omaggiato la letteratura attraverso le loro scintillanti monetine. Non ci sono rimasto troppo bene, perché sono pochi. Secondo i miei calcoli: quattro.
C’è la Slovenia che dedica i suoi 2€ al poeta romantico France Prešeren, che in linea con lo slancio virtuoso della poesia ottocentesca, cantava l’unità del suo paese, costituendo un punto d’inizio per la lingua nazionale. Scrive anche l’inno nazionale della Slovenia, in cui fondamentalmente propone pace, libertà, fratellanza tra i popoli e bicchieri di vino, a dispetto di guerra e morte. Un’idea geniale, poi sfruttata male.
La Grecia dedica i 10 centesimi a Rigas Feraios, detto anche Κωνσταντίνος Ρήγας, poeta e rivoluzionario. Durante la fine del 1700 diede parecchio filo da torcere all’impero Ottomano, piantando il germe delle lotte d’indipendenza greche. Alla fine del secolo fu tradito da un mercante, strangolato e gettato nel Danubio. Ne riporto un paio di versi:
Vivendo nelle tombe, vedendo solo alberi,
fuggendo via dal mondo per l’amara oppressione?
E’ meglio una sola ora di vita in libertà
che quarant’anni di prigione e schiavitù.
L’italia sui 2€ euro mette Dante Alighieri. Famoso tra le varie cose per la Divina Commedia. Opera, tra il fantasy e la fantascienza, in cui Dante stesso, affiancato dal fantasma di un poeta, viaggia attraverso tre mondi immaginari, scontrandosi con morti viventi, demoni e angeli, per raggiungere la donna che ama. Appassionante, ne consiglio la lettura.
Infine c’è la Spagna che omaggia Miguel De Cervantes, mettendolo sui 10, i 20 e i 50 centesimi. Sì perché è saltato fuori all’ultimo che gli Ska-P non andavano bene.
In ultima analisi credo che quando il pianeta Terra avrà la sua moneta unica, dovrà impegnarsi a dedicarne almeno un pezzo al mondo letterario. Immagino un pezzo umile, tipo gli attuali 20 centesimi, quel tipo di moneta che tendi ad avere sempre in giro, che trovi abbandonata nel resto delle macchinette, ma con cui non puoi comprare nulla. Sarebbe bello se si votasse tutti insieme uno scrittore o un personaggio o la scena di un libro, però non come in quegli arrugginiti concorsi per gruppi emergenti in cui gli amici votano il gruppo amico e basta, perché in tal caso ci ritroveremmo il libretto rosso di Mao o la faccia sorridente dello scrittore del Kamasutra. Mi auspico una votazione onesta e ispirata, obbligatoria per tutti e non digitale, senza limiti di età. Che ognuno vada alla sua scuola di riferimento con documento (e non importa la nazionalità, perché non ce ne saranno), che si faccia un reality show sullo spoglio infinito delle schede, con la lettura e il commento critico e teorico di ogni voto, in onda 24 ore su 24 su almeno 3 canali televisivi, che si prepari una piccola scheda informativa per ogni scrittore o libro o personaggio votato, poiché tutti devono conoscere quello che hanno votato tutti gli altri. Ma fortunatamente la mia idea del futuro è molto ottusa e limitata e le cose non andranno così. Le monete planetarie del futuro avranno delle piccole e brillanti facciate interattive, aggiornate costantemente dai satelliti. Avremo i nostri 20 centesimi letterari che ogni giorno si illumineranno con una differente poesia o brano o aforisma o riflessione o haiku o illustrazione o barzelletta o preghiera o foto o video o romanzo o racconto o saggio o recensione. I satelliti che le trasmetteranno saranno collegati ad un gigantesco cervello posto su un’isola artificiale nel Mar Morto. Un cervello composto da una lega di platino e iridio (il cui pensiero consiste in un flusso fulmineo di positroni) che sarà sintonizzato sul nostro inconscio collettivo, selezionando tra triliardi di file le letture più emozionanti, o appassionanti, o spaventose, o commoventi; creando così una enorme playlist di materiale da proiettare. Ma siamo sicuri che il flusso di pensieri vada esclusivamente da noi verso di Lui e non accada anche il contrario? Ma questa è un’altra storia. Detto questo, la liquirizia salata non è male.
Come Lukeskywalker cerca di sollevare l’astronave dalla palude di un pianeta sconosciuto, Bookskywalker cerca di sollevare la letteratura dalla vischiosa melma che è la vita, in un pianeta sconosciuto che è il nostro. In questa rubrica per DUDE si occuperà di racconti (sconosciuti, famosi o famosissimi) e li proporrà come fascinosa alternativa alle nottate alcoliche e alle droghe sintetiche.